Ultimamente mi ritrovo a pensare spesso alla morte. Ma non con tristezza. Non c’è disperazione in questi pensieri, piuttosto una curiosità tecnica, chimica, fisica. Mi ritrovo a guardare il mio corpo e a interrogarlo come se fosse una macchina di cui, un giorno, qualcuno staccherà la spina.
E mi chiedo come farà l'energia a fare a meno dell'hardware.
L'hardware dell'anima
Se proviamo a spogliare l'aldilà dal misticismo e lo guardiamo con gli occhi della biologia, tutto diventa un paradosso affascinante.
Come si realizzano la vista, l'udito, il tatto senza i recettori fisici? Come fa la coscienza a elaborare un pensiero o a conservare una memoria se le sinapsi di carbonio hanno smesso di sparare impulsi elettrici? E la voce? Come si può parlare all'infinito senza il passaggio dell'aria attraverso le corde vocali, senza una cassa di risonanza fatta di carne e ossa?
Se esiste una forma di sopravvivenza dopo la morte, deve essere una tecnologia energetica che ancora non comprendiamo. Una fisica senza atomi.
E poi c'è la questione del grande reset.
Se una malattia neurodegenerativa consuma il cervello pezzo dopo pezzo in vita, cosa succede un secondo dopo l'ultimo respiro? La morte è un reset biologico? Torniamo a essere la versione "integra" di noi stessi, o portiamo con noi i frammenti di ciò che si è consumato?
La simmetria dei "Perché"
La mente si inceppa quando prova a cercare una logica dietro le regole del gioco. Se proviamo a fare un passo indietro, la lista delle domande si fa vertiginosa:
Perché dovrebbe esserci vita dopo la morte? E, con la stessa esatta forza simmetrica, perché non dovrebbe esserci?
Perché dobbiamo vivere? Qual è l'utilità biologica o cosmica di questa fatica?
Perché dobbiamo sopravvivere, aggrappandoci con le unghie a ogni singolo giorno?
Perché dobbiamo soffrire? A cosa serve il dolore nell'economia dell'universo?
Perché ad alcuni è dato di vivere in modo diverso? Senza la vista, senza l'udito, senza un arto. Come se il disegno originale fosse nato già mutilato.
Perché ad alcuni è concesso un viaggio lunghissimo e ad altri solo un battito di ciglia?
Nessuna equazione chimica sembra in grado di calcolare la giustizia di queste differenze.
La data fantasma
C'è un pensiero, su tutti, che mi accompagna quando guardo il calendario appeso al muro.
Ogni anno, dal 1° gennaio al 31 dicembre, noi attraversiamo trecentosessantacinque giorni. E in questo viaggio circolare, passiamo sempre sopra una data specifica sapendo, inconsciamente, che quel giorno sarà il nostro ultimo.
È una data fantasma. È lì, mimetizzata tra un martedì qualunque di pioggia o una domenica di sole estivo.
Conosciamo il giorno del nostro compleanno, lo segnamo in rosso, lo festeggiamo ogni anno accumulando candeline. Ma non sappiamo quale sia il giorno della nostra morte. Non lo festeggiamo, dopotutto, perché pensiamo che non ci sia nulla da celebrare. Eppure, ogni anno, ci passiamo sopra. Ci svegliamo, prendiamo un caffè, andiamo al lavoro, ridiamo, proprio in quel giorno che, in un futuro imprecisato, sarà l'anniversario della nostra assenza.
Forse, se riuscissimo a vedere quella data scritta sul calendario, inizieremmo finalmente a vivere con la precisione scientifica di chi sa che ogni secondo è, semplicemente, un miracolo di fisica e chimica.






